lunedì 23 settembre 2019

Intervista: Gaetano Mungari

Buongiorno, con piacere oggi pubblico l'intervista fatta a Gaetano Mungari, autore di Melograno, libro recensito da me e che potete trovare qui nel blog. L'intervista è molto interessante quindi non vi resta che leggerla!

Ciao Gaetano, grazie per aver accettato questa intervista. Che ne dici di parlarci un po’ di te in modo da conoscerti meglio?
Grazie a te Ilaria per avermela concessa. Sono un po’ emozionato, è la prima intervista da autore di narrativa. Sono un ingegnere cinquantunenne, di origine calabro – lucana, vivo a Roma da più di 30 anni, lavoro in una grande azienda di telecomunicazioni da quasi 25. Ho anche una seconda laurea, in giurisprudenza. Il mio hobby preferito è lo sport, che pratico da quando ero bambino, ma la mia esperienza artistica nasce in età adulta, in modo del tutto casuale. Nei primi anni d’azienda mi era stato affidato un tipo di lavoro che mi obbligava a coordinare molte riunioni e a parlare continuamente in pubblico. Sentivo di avere dei limiti nella capacità d’interazione con le persone. Potevo anzi dovevo migliorarmi, così decisi d’iscrivermi a un corso di comunicazione. Ebbi la fortuna di frequentare un corso pazzesco, poca teoria e molta sperimentazione pratica, condotto da un docente fantastico, che riuscì a trasmettermi una cosa fondamentale per il mio lavoro ma anche per la vita quotidiana: nelle relazioni interpersonali l’uso efficace del canale emozionale è tutto. Un bel colpo al mio carattere introverso e alla mia timidezza cronica! Alla fine del corso il docente mi disse che era anche un regista di teatro e mi invitò a frequentare il suo laboratorio teatrale. Mi fidavo di lui, così mi sono detto: “Sono un tipo un po’ chiuso, non è nelle mie corde, non è alla mia portata ma… perché no?” Se anni prima un cartomante mi avesse detto che un giorno sarei salito su un palcoscenico l’avrei preso a male parole… e invece... Ricordo ancora la mia prima volta sul palco, il mio primo spettacolo... Dovevo recitare un monologo - il personaggio era l’imbonitore della tragedia “Woyzek”, di Georg Büchner. Lo ricordo come se fosse ieri: c’è un cambio di scena, io entro nel palco al buio, la musica svanisce, un cono di luce m’illumina, d’avanti mi compaiono file di teste degli spettatori puntate contro di me. Prendo un bel respiro e… è stato come un lancio nel vuoto. In quel momento è nato il Gaetano artista. Per più di dieci anni ho lavorato sull’apertura del mio canale emozionale sperimentando, da novello attore teatrale amatoriale, a come immergermi in un personaggio con l’azione, la voce, il respiro e i gesti. Sono sicuro che è da lì che, inconsciamente, dentro di me è maturata l’idea di creare personaggi anche con la penna. Non è affatto casuale che, nel romanzo “Melograno”, i personaggi agiscono e traspaiono attraverso le emozioni che provano. Devo riconoscere che la scrittura è in grado di aprire porte segrete del nostro essere e di liberare alla luce degli occhi la propria interiorità. Quanta bellezza ci sta dentro ciascuno di noi…

“Melograno” è un libro corposo che tratta molte tematiche importanti, come è nata l’idea alla base del libro?
Domanda non semplice… Ci provo! Al momento del suo concepimento “Melograno” non nasce da un’idea, ma da un bisogno irrefrenabile. Avevo da poco passato i trentacinque, in quel periodo ero una molla compressa. Dentro di me si agitavano tante cose. Parole che avrei voluto dire, e non ho detto, esperienze che avrei voluto vivere, e non ho vissuto, e poi un turbine di pensieri, idee, teorie su tante cose: la scuola com’è e come dovrebbe essere, il rapporto con i genitori che segna la vita di noi tutti come una sentenza senza appello, il come la Chiesa ti condiziona anche se dici di essere ateo, il perché il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti, il paradosso di una società che pur disponendo dei più potenti mezzi di comunicazione nella Storia è segnata da un iperindividualismo e da un senso di solitudine diffuso (potrei continuare ancora ma mi fermo qui). Sentivo il mio essere pieno di così tante cose da raccontare che ero terrorizzato all’idea che questo tesoro interiore andasse perduto con la mia morte. Allora mi sono chiesto: come faccio? Potrei scrivere un saggio o un trattato, pensai un giorno. Ma è pesante, mi dissi, sai che noia, chi vuoi che lo leggerà mai. Un’illuminazione allora mi colpì. Una storia avvincente e coinvolgente è il modo migliore per trasmettere quello che ho dentro. Come a teatro, dove se metti in scena uno spettacolo che funziona apri i canali emozionali del pubblico e in quel mentre riesci anche a travasargli delle idee luminose. Allora mi dissi: “A scrivere me la sono sempre cavata, quindi… un romanzo! Ma… di cosa? Che storia racconto?” Fu il buio assoluto. Da allora diversi anni sono trascorsi. Un giorno, mentre correvo in pineta, mi è apparsa davanti agli occhi, come in un film, una storia di ragazzi. Io credo che me l’abbia mandata mia nonna. Lei mi ha sempre voluto bene, sono certo che da lassù spesso mi guarda e mi sorride. E allora questa storia mi ha fatto venire in mente un’altra idea che, per rispondere alla tua domanda, è quella alla base del libro: scrivere un romanzo per celebrare l’età adolescenziale. Una fase dirompente, di rapido e brusco cambiamento nel vissuto di tutti, un periodo di grandi difficoltà esistenziali ma che ciò nonostante quasi tutti noi adulti ricordiamo come l’età dell’oro, un paradiso terrestre che rimpiangiamo di aver perduto. Mi ha emozionato davvero tanto poter plasmare, capitolo dopo capitolo, i cambiamenti imprevisti che piombano, loro malgrado, nella vita dei ragazzi e delle ragazze protagonisti di questo romanzo e il come loro, affrontandoli con coraggio e determinazione, cambiano loro stessi e le proprie esistenze. Tu stessa, e ti ringrazio per questo, nella tua recensione hai colto come aspetto interessante di questo libro l’evoluzione di questi adolescenti, messi a dura prova da alcune delle difficoltà tipiche dell’età adolescenziale.

I protagonisti del tuo libro sono degli adolescenti, ragazzi che si devono rapportare tra loro ma anche con il “mondo dei grandi”. Come mai hai scelto di rappresentare questa età per molti difficile nel tuo libro?
Il romanzo tocca tanti temi, che sono alla base della concezione e dello sviluppo della storia. Uno di questi è la celebrazione di qualcosa di unico: l’età dei sedici anni, quella in cui ritengo che l’energia fluisca al massimo della potenza. Ma in quell’età si è spesso condannati a vivere un paradosso. Il fiume impetuoso dell’energia è spesso ostacolato e limitato da tanti condizionamenti ambientali. Il rapporto con il “mondo dei grandi” è uno di questi, ma il più potente di tutti sono i rapporti interfamiliari. Questo romanzo dice con chiarezza una cosa: lo sviluppo della nostra vita e della nostra personalità è segnata dal rapporto che abbiamo con i nostri genitori. Questo condizionamento può essere positivo o negativo. Nel caso di Paolo, sedicenne di aspetto fisico orribile, e quindi svantaggiato nelle relazioni con i suoi coetanei, specie con le ragazze, è un condizionamento molto positivo. Suo padre trascorre quotidianamente del tempo a parlare con lui, ad ascoltarlo e supportarlo con buoni consigli. Suo padre gli ha raccontato tutto della sua vita da adolescente, delle difficoltà che ha dovuto affrontare e superare, ma anche dei suoi limiti e difetti come persona adulta. Tutto ciò conferisce a Paolo una forza dirimente, lo aiuta a gestire il suo handicap - le prese in giro quotidiane dei suoi compagni di scuola – e a valorizzare al massimo le sue doti – un misto di genialità e intelligenza all’ennesima potenza. Non mancano i momenti di contrasto tra Paolo e suo padre, ma il canale del dialogo, del rispetto e dell’ascolto reciproco rimane sempre aperto. Nel caso di Andrea, amico del cuore di Paolo, accade il contrario. Suo padre Pietro lo sottopone a una forte pressione psicologica perché vuole che suo figlio viva la sua esperienza adolescenziale secondo i suoi canoni. Andrea reagisce a queste pressioni rifugiandosi nella timidezza e nella chiusura nei rapporti verso i suoi genitori e i suoi coetanei. Anche gli altri adolescenti protagonisti di questo romanzo avranno a che fare con i propri conflitti interiori, alcuni di questi cagionati dai condizionamenti del loro ambiente familiare e sociale. Il romanzo illumina quindi questa dimensione della vita: come i conflitti e i condizionamenti prodotti all’interno dei rapporti interfamiliari si riverberano e incidono nei rapporti che gli adolescenti hanno anche all’esterno, specie con i loro coetanei. Ci sta poi il tema del condizionamento socio-economico. Gianni, anch’egli sedicenne, ha tutte le doti fisiche e intellettive per avere successo nella vita. È un bellissimo ragazzo, uno studente modello, ha un’ambizione sfrenata di emergere. È però impedito a realizzare i suoi sogni dal fatto di essere figlio di una famiglia povera, con mezzi economici inadeguati, e di abitare ad Annibale, il quartiere più malfamato della città, che marchia a fuoco il destino dei suoi abitanti: persone perdenti in una società nella quale quello che hai conta decisamente di più di quello che sei. Gianni non accetta di essere uno sconfitto, a modo suo farà di tutto per farsi accettare dai ragazzi e dalle ragazze degli ambienti altolocati della città in cui vive. Il romanzo quindi ambisce a dare questo tipo di messaggio: i condizionamenti di natura familiare e anche sociale, quando sono negativi, hanno per gli adolescenti una drammatica conseguenza: renderli inconsapevoli della propria forza nel poter decidere da sé del proprio destino. Credo quindi che gli adolescenti siano spesso simili a chicchi di melograno che non riescono a esplodere in faccia al mondo il loro meraviglioso succo rubino perché bloccati da pellicine, cioè barriere invisibili ai loro occhi (i condizionamenti familiari e sociali, appunto). Per questo mi ha reso molto felice poter raccontare una storia di ragazzi e ragazze sedicenni che miracolosamente riescono a bucare queste barriere e far esplodere la propria energia. Cioè a prendere il proprio destino nelle proprie mani, nonostante i propri genitori.

Le tematiche che tratti nel tuo libro sono tante, una di queste è la politica. In un periodo così difficile e a dir poco caotico per la politica italiana pensi che i giovani possono e/o debbano dare un contributo significativo alla politica? Pensi che ci debba essere maggior partecipazione da parte dei ragazzi?
Il tema è sempre lo stesso, cioè la presa di consapevolezza della propria forza da parte degli adolescenti, ma illuminato nella prospettiva politica. A sedici anni un individuo, e questa è una delle idee centrali di questo romanzo, è in grado di fare tutto. Studiare, lavorare, guadagnare, pensare, avere amici, fare sport, avere una propria vita sessuale, concepire un figlio, mettere su famiglia o un’azienda. E quindi anche essere protagonista in prima persona della vita politica. La nostra società però ignora questo potenziale, secondo me perché lo teme, e induce gli adolescenti a vivere come individui non ancora e non pienamente autonomi, non ancora in grado di prendere in mano il proprio destino. Il nostro è un mondo in cui comandano i vecchi che schiacciano i giovani a essere irrilevanti nello sviluppo della nostra società. Poiché il mondo degli adulti non incoraggia gli adolescenti a partecipare alla vita politica, questo romanzo ha l’ambizione di lanciare un segnale: cari giovani, prendete il vostro destino nelle vostre mani. E fatelo da soli, perché non sarete aiutati dal “mondo dei grandi”. Siccome la politica è uno dei motori del cambiamento, se volete vivere il vostro futuro in una società diversa, più vicina ai vostri sogni, meglio rispondente alle vostre esigenze, potete e quindi dovete entrare in politica per guidare il cambiamento. Casi di attuale risonanza mediatica come la sedicenne svedese Greta Thunberg che porta avanti la propria battaglia ambientalista o la diciassettenne liceale russa Olga Misik che sfida l’autoritario potere politico russo leggendo in piazza la Costituzione, accaduti dopo la pubblicazione del mio romanzo, mi convincono, come scrivo alla fine del libro, che davvero i sedicenni sono “la nostra ultima speranza”. Il messaggio politico di “Melograno” a mio avviso è chiarissimo. I giovani di oggi saranno gli adulti della società di domani. Quindi sta a loro operare nel mondo della politica per contribuire a determinare la società del futuro che desiderano. Per essere in grado di farlo devono vivere con coraggio ed essere aiutati da un’istituzione che oggi purtroppo è in declino. La Scuola con la S maiuscola. Quella in grado di offrire ai giovani gli strumenti per acquisire la consapevolezza della propria forza. E il primo strumento che la Scuola deve fornire è l’educazione civica, a partire dalla Costituzione, che all’articolo 49 indica con chiarezza solare quale sia la strada che tutti, quindi anche i giovani, devono percorrere per diventare protagonisti della vita politica: associarsi e imparare a praticare la vita associata. In questo romanzo il tema della partecipazione alla vita politica da parte dei giovani è fortemente intrecciato e interdipendente con il tema di una Scuola che sia capace di trasformare l’adolescente in cittadino. Purtroppo oggi non è così. Le lancette dell’orologio della storia politica italiana sono ferme al 1861, anno dell’unità d’Italia, quando il buon Massimo D’Azeglio ebbe a dire “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. A mio avviso solo una Scuola rinnovata può rimettere in moto queste lancette.

Un’altra tematica importante e piuttosto delicata è la fede in Dio. Per alcuni ragazzi della banda Annibale tra cui Gianni sembra che la fede possa portare ad una redenzione e a migliorarsi come persona. Anche tu la vedi così?
Più che di fede in Dio in senso stretto la tematica religiosa sviluppata dal libro è l’influsso della Chiesa sullo sviluppo della vita e della personalità dei giovani, in particolare quelli più sfortunati. Questa tipo di tematica ha diverse chiavi di lettura. Una sicuramente si rifa’ a quanto dicevo nella precedente domanda. Le famiglie e la scuola non incoraggiano i giovani a praticare la vita associata. La Chiesa, invece, sì. I ragazzi del quartiere Annibale sono dei signor nessuno, degli sfigati, la loro unica colpa è quella di essere nati e vissuti nel posto più malfamato della loro città, ma, grazie alla guida carismatica di Gianni, fanno gruppo, imparano a vivere insieme. Gianni li guida e li convince ad agire come banda di teppisti del quartiere Annibale al fine di raggiungere un obiettivo quasi impossibile: integrarsi con i ragazzi dei quartieri bene della città, fare la loro stessa vita, frequentare i loro stessi posti, uscire quindi dallo stato di ghettizzazione a cui sono condannati. Per realizzare questo sogno lo strumento utilizzato da questi ragazzi è la violenza, fare scorribande per terrorizzare le comitive dei giovani benestanti con pestaggi e rapine. Questi ragazzi sono orgogliosi della loro banda. Si sentono rispettati e temuti dentro e fuori il loro quartiere, sanno che come singoli nessuno li considera ma che come parte del loro gruppo vengono in un certo senso rispettati da quegli stessi ragazzi della società bene che li vorrebbero tenere emarginati. Ma quando per cause esterne la banda suo malgrado è costretta a sciogliersi, questi ragazzi piombano nella disperazione, riacquisiscono lo status di signor nessuno. Alcuni di loro, tra cui Simone e poi lo stesso Gianni, reagiscono e riescono a uscire da questo disagio iniziando a frequentare la chiesa del loro quartiere. È lì che trovano l’unica possibilità di continuare a praticare, anche se in modo diverso, quella vita di gruppo che li aiuta a sentirsi utili in quanto parte di una comunità. È lì che il comandamento di Cristo, ama il tuo prossimo come te stesso, assume per loro un significato importante, e cioè che si può essere utili agli altri anche senza praticare la violenza. Un’altra chiave di lettura del tema religioso che mi piace ricordare è la consacrazione dell’amore puro. Marisa è da poco diventata la ragazza di Gianni, è pazzamente innamorata di lui. Per questo desidera con tutta se stessa scoprire se questa relazione sentimentale è passeggera oppure se può diventare la storia della sua vita. Così un giorno, con uno stratagemma, prende alla sprovvista Gianni incontrandolo a sua insaputa in chiesa e in quel luogo lo induce a dichiarare, davanti a Dio, se la ama davvero. Quindi, tornando alla tua domanda, sì, il violento e teppista Gianni trova nella Chiesa l’opportunità di redimersi. È grazie all’influenza dell’ambiente e della vita religiosa che Gianni termina la sua esperienza di capo di un gruppo di teppisti, si scopre capace di amare una ragazza e guidare i suoi amici verso lo stesso obiettivo di prima - quello dell’emancipazione da un quartiere malfamato - non più con i pestaggi ma con la forza della propria dignità.

Quali sono gli autori ai quali ti ispiri e che ti hanno avvicinato alla lettura ed alla scrittura?
Devo dire che ho letto con piacere i romanzi di Dan Brown, ammiro molto la sua capacità di raccontare delle storie thriller con un incalzante ritmo cinematografico, intrecciando in un’unica trama storie diverse con personaggi diversi, rivelandosi molto efficace a far immergere il lettore nella storia e addirittura a rendergli credibili anche a fatti al limite dell’assurdo (tipo in “Angeli e demoni” quando il Camerlengo si lancia dall’elicottero e cade a terra illeso). Mi hanno anche molto intrigato i romanzi di Umberto Eco, per la sua abilità nel ricostruire alla perfezione, attraverso storie avvincenti, ambientazione e narrazione di eventi storici importanti ma sconosciuti al grande pubblico, tipo la vita dei monaci all’interno di un’abbazia benedettina, la storia degli eretici, dei cavalieri dell’ordine templare e le persecuzioni e i complottismi perpetrati contro gli ebrei nel corso dei secoli. Visto che siamo in tema, consentimi di citare anche la grandezza di Camilleri. Ci sta una sua opera, forse non molto conosciuta, “La concessione del telefono”, che è davvero geniale. Perché, a mio avviso, con questo romanzo Camilleri è riuscito nell’impresa di costruire una storia coinvolgente e d’illuminare lo spaccato, gli usi, i costumi e il linguaggio della società siciliana di fine Ottocento attraverso una tecnica narrativa fuori dai canoni: gran parte della storia è raccontata tramite lo scambio di lettere, pizzini e missive. A conferma del fatto che la scrittura è affascinante proprio per essere lo spazio e il trionfo della creatività.

Hai nuovi progetti letterari in corso? Hai una nuova storia da regalarci?
Al momento il solo progetto letterario in corso d’opera è completare il bellissimo corso di scrittura creativa tenuto dal mio editor, Diego Di Dio. Approfitto per ringraziarlo per l’ottimo lavoro di editing che mi ha aiutato tantissimo a migliorare la scorrevolezza e la godibilità del testo, oltre a essermi stato utile per apprendere e applicare i canoni di base della narratologia moderna. Ho però un paio di sogni nel cassetto. Il primo è quello di scrivere una bella fiaba. Dare gioia e il sorriso ai bambini credo sia una cosa che riempie il cuore, per chiunque. Il secondo è scrivere un romanzo storico. Sono molto affascinato dalla storia di Roma antica e dalla Rivoluzione Francese. Mi piacerebbe scrivere una bella storia d’amore o un thriller ambientato in uno di quei periodi storici. Vedremo… anche perché, come è già stato per “Melograno”, non è semplice realizzare questi sogni. Ci sta un ostacolo molto tosto da superare: me stesso. Per due motivi: il primo è che sono molto esigente come lettore; se la storia non mi piace, non la pubblico. Il secondo è che creare una storia avvincente e coinvolgente è impresa ardua. Con “Melograno” spero di esserci riuscito.


MELOGRANO



Autore: Gaetano B. Mungari
Editore: Self-Publishing
Pagine: 435
Anno di pubblicazione: 2019
Genere: romanzo

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